Colesterolo alto, donne più “fedeli” alle terapie degli uomini ma cure meno efficaci di un terzo
Lo rivelano i risultati del registro multicentrico italiano AT-TARGET-IT, coordinato dal gruppo di ricerca guidato dal professor Pasquale Perrone Filardi, Past President della Società Italiana di Cardiologia. I dati mostrano come l’impatto sulle donne degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9, farmaci di ultima generazione utilizzati per abbattere i livelli di colesterolo “cattivo”, sia inferiore rispetto agli uomini, nonostante la popolazione femminile segua le cure con maggiore costanza, aprendo così nuovi interrogativi sulla medicina di genere.
Napoli, lunedì 28 settembre 2026 – Le donne non solo ricevono trattamenti meno mirati rispetto agli uomini, ma pur essendo più aderenti alle terapie, raggiungono meno degli uomini gli obiettivi di colesterolo LDL indicati dalle linee guida. “Un paradosso che deve far riflettere a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile – sottolinea Perrone Filardi, coordinatore del registro AT-TARGET-IT, Past President della Società Italiana di Cardiologia e Direttore dipartimento scienze biomediche avanzate della Federico II di Napoli -. Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9”.
Lo studio
Lo studio condotto in oltre 30 centri italiani, che ha coinvolto 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK-9, di cui 806 (30,8%) donne, ha evidenziato che queste partono da una condizione clinica più svantaggiata, con un’età media più elevata, livelli basali di LDL-C più alti rispetto agli uomini (156,2 mg/dL contro 136,9 mg/dL), una maggiore frequenza di intolleranza alle statine e ricevono meno spesso una terapia ipolipemizzante orale combinata.
“Nell’analisi le donne hanno mostrato una riduzione percentuale del colesterolo LDL, costantemente inferiore nel tempo rispetto agli uomini: una differenza di nove punti percentuali a sei mesi dal trattamento e di 5,9 punti dopo tre anni – osserva Perrone Filardi -. Come conseguenza diretta solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i target raccomandati dalle linee guida internazionali, contro il 64,6% degli uomini, con una probabilità di successo terapeutico ridotta di un terzo”.
Un problema cruciale emerso dallo studio è che il divario di efficacia non è spiegabile con una minore aderenza al trattamento da parte delle donne, che invece è addirittura risultata più frequente ed elevata.
“La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile”, aggiunge Gianfranco Sinagra, Presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC).
“Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile, dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici”, conclude Perrone Filardi.