Milano, 24 settembre 2026 – Migliorare il controllo dei sintomi motori della malattia di Parkinson in fase avanzata e, allo stesso tempo, individuare precocemente i pazienti che potrebbero essere maggiormente esposti ad alcuni effetti collaterali neuropsichiatrici. È quanto emerge da uno studio che ha coinvolto la Fondazione Mondino IRCCS di Pavia e il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano, dedicato all’utilizzo della foslevodopa/foscarbidopa nella pratica clinica, somministrata mediante infusione sottocutanea continua.
Lo studio ha analizzato 77 pazienti con malattia di Parkinson avanzata, con un’età media di circa 66 anni e una durata media della malattia di circa 14 anni, appartenenti a una popolazione particolarmente rappresentativa della pratica clinica quotidiana: quasi la metà presentava già un certo grado di compromissione cognitiva, il 26% aveva una storia pregressa di allucinazioni o psicosi, e il 27% presentava disturbi del controllo degli impulsi.
I risultati mostrano un significativo miglioramento del quadro motorio e delle fluttuazioni associate alla malattia dopo l’avvio della terapia. Parallelamente, nel 22% dei pazienti sono comparsi nuovi eventi avversi neuropsichiatrici, prevalentemente allucinazioni e psicosi, con un tempo mediano di insorgenza di 30 giorni. Nella grande maggioranza dei casi, tuttavia, questi disturbi sono stati controllati attraverso una personalizzazione della terapia e della velocità di infusione e, quando necessario, l’impiego di basse dosi di farmaci antipsicotici: nell’82% dei casi si è ottenuta la risoluzione o il miglioramento dei sintomi. Solo tre pazienti hanno interrotto la terapia a causa di eventi neuropsichiatrici severi.
Un risultato particolarmente rilevante riguarda la possibilità di identificare preventivamente i pazienti più vulnerabili. Lo studio ha infatti evidenziato come una ridotta funzionalità esecutiva frontale, misurata attraverso la Frontal Assessment Battery (FAB) prima dell’inizio del trattamento, costituisca un significativo predittore indipendente della comparsa di eventi avversi neuropsichiatrici.
“Questi risultati mostrano che la foslevodopa/foscarbidopa rappresenta un’opzione terapeutica efficace anche nel complesso contesto della pratica clinica quotidiana, dove incontriamo pazienti molto diversi da quelli altamente selezionati degli studi registrativi. Una valutazione cognitiva iniziale può aiutarci a personalizzare la terapia e a programmare un monitoraggio più attento per le persone maggiormente a rischio. L’obiettivo è trovare, per ciascun paziente, il migliore equilibrio tra controllo dei sintomi, sicurezza e qualità di vita”, spiega la dott.ssa Giulia Lazzeri, responsabile dell’Ambulatorio per le Terapie Infusionali del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano.
“Questo studio si inserisce nel percorso che stiamo sviluppando per rendere sempre più precisa la scelta e la gestione delle terapie avanzate nella malattia di Parkinson”, aggiunge il prof. Ioannis U. Isaias, direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO. “Il nostro impegno comprende tutte le terapie avanzate, infusionali e di neuromodulazione. Disporre di più opzioni ci consente di costruire un percorso di cura che tenga conto delle caratteristiche cliniche, delle fragilità e delle esigenze quotidiane di ciascuna persona. La ricerca ci aiuta a comprendere quale trattamento proporre, in quale momento e come adattarlo nel tempo, valutandone con rigore benefici e rischi”.
“I risultati di questo studio suggeriscono inoltre l’importanza di una titolazione prudente e adattata alle esigenze del singolo paziente, soprattutto nelle ore notturne. In particolare la riduzione della velocità di infusione durante la notte si è dimostrata una delle strategie più efficaci per controllare allucinazioni e agitazione nei pazienti maggiormente predisposti. Questi risultati – evidenzia la dott.ssa Roberta Zangaglia, direttore f.f. della UOC Parkinson e Disordini del Movimento della Fondazione Mondino IRCCS di Pavia – si inseriscono in un costante tentativo nel fornire una terapia ‘sartoriale’ ritagliata sulle esigenze del singolo paziente”.
“Questo lavoro, che nasce da una forte collaborazione tra centri, mette in luce le potenzialità della terapia infusionale con foslevodopa/foscarbidopa ma chiarisce anche la complessità della cura e l’importanza di integrare i sintomi non-motori, quali quelli neuropsichiatrici, nella scelta terapeutica sempre con l’obiettivo di curare la persona e non il singolo sintomo”, conclude il prof. Antonio Pisani, responsabile del Centro Disordini del Movimento della Fondazione Mondino di Pavia.
Nel complesso, il trattamento è risultato generalmente ben tollerato e ha apportato importanti benefici ai pazienti. Gli autori sottolineano quindi che un’attenta selezione iniziale, la valutazione delle funzioni cognitive, con particolare attenzione a quelle frontali, e un monitoraggio clinico costante possono contribuire a rendere ancora più sicuro il percorso terapeutico nei pazienti con Parkinson avanzato.