Aodi: «L’inversione di tendenza sulle assunzioni è un segnale positivo, ma senza valorizzazione del personale italiano, integrazione strutturale dei professionisti stranieri e il ritorno d’appeal per i giovani, il ricambio generazionale rimarrà incompleto».
ROMA 10 AGOSTO 2026 – Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) prosegue il percorso di recupero e consolidamento degli organici avviato nel post-pandemia. Secondo i dati del Rapporto 2024 sul personale del Servizio sanitario nazionale pubblicato dal Ministero della Salute, gli addetti delle strutture pubbliche del SSN hanno raggiunto quota 727.829 unità, registrando un incremento dell’1,6% rispetto all’anno precedente, con il personale a tempo indeterminato arrivato a 694.765 dipendenti. Considerando anche l’apporto delle università, delle strutture equiparate al pubblico e delle case di cura convenzionate, il sistema sanitario italiano impiega complessivamente 751.146 professionisti, tra cui 116.672 medici, 297.983 infermieri, 25.571 professionisti della riabilitazione, 41.298 tecnici sanitari e 9.346 operatori della prevenzione.
Il bilancio tra entrate ed uscite si conferma favorevole: nel corso del 2024 sono state registrate 58.311 assunzioni (per oltre tre quarti rappresentate da concorsi, stabilizzazioni e reclutamenti “puri”) a fronte di 47.238 cessazioni. Tra le note di ripresa generazionale si segnala un lieve calo dell’età media dei medici in servizio, passata dai 51,4 anni del 2019 agli attuali 49,3 anni, affiancato dal progressivo consolidamento della presenza femminile, che rappresenta ormai il 54,6% dei medici del SSN.
Nonostante l’aumento numerico dei contratti a tempo indeterminato, la forza lavoro complessiva continua a presentare un’elevata anzianità anagrafica: l’età media totale dei dipendenti del SSN è di 48,4 anni (con picchi di quasi 55 anni tra dirigenza tecnica e amministrativa e 46,9 anni tra gli infermieri), con la fascia di età compresa tra i 60 e i 64 anni che rimane ancora la più numerosa tra i medici (14,9%). Si evidenziano inoltre forti sproporzioni regionali nel rapporto tra infermieri e medici, con una media nazionale di 2,6 per medico, che oscilla da valori superiori a 3 nel Nord Italia fino a circa 2 nelle Regioni del Sud e nelle Isole.
Dinanzi a questo scenario ed ai dati emersi dal Rapporto del Ministero della Salute, la rete associativa e i movimenti internazionali rappresentati da AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), AISCNEWS e dal Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE riflettono, analizzano e valutano l’evoluzione degli organici della sanità pubblica. A prendere la parola per conto della rete associativa e dei movimenti è il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale ed esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata.
Analisi AMSI-UMEM-UXU su età media professionisti sanitari. Confronto Italia-Europa. «L’inversione di rotta sul reclutamento con oltre 58mila assunzioni nel 2024 è indiscutibilmente un segnale positivo e concreto, che dimostra come il sistema stia tentando di lasciarsi alle spalle gli anni bui dei tagli al personale e del blocco del turnover», dichiara il Prof. Foad Aodi. «Tuttavia, come emerge dall’indagine comparativa realizzata dalla rete associativa AMSI-UMEM nel confronto con i parametri dei principali Paesi europei, l’Italia continua a detenere una delle forze lavoro sanitarie più anziane d’Europa. Se in Italia l’età media complessiva del personale SSN si attesta sui 48,4 anni e quella medica sfiora i 50 anni, in nazioni come la Germania, la Francia o la Spagna la presenza di giovani professionisti e la capacità di turnover veloce risponde con più flessibilità alle esigenze operative del territorio. Con quasi il 15% dei medici concentrato nella fascia 60-64 anni, entro i prossimi cinque-sette anni si rischia un’ulteriore e massiccia ondata di pensionamenti che deve essere programmata fin da oggi.»
Valorizzazione dei professionisti italiani e fughe all’estero. «I numeri sulle nuove assunzioni non devono farci abbassare la guardia su quella che resta una vera e propria emorragia professionale», prosegue il Prof. Aodi. «I nostri medici e infermieri sono tra i più qualificati e preparati a livello internazionale, ma continuano a soffrire per retribuzioni non in linea con la media europea, turni gravosi, burnout e una scarsa tutela dello status professionale. Valorizzare il personale sanitario italiano significa prima di tutto migliorare l’organizzazione del lavoro, adeguare gli stipendi agli standard UE e fermare le dimissioni volontarie e la fuga dei nostri talenti verso l’estero o verso il settore privato. Senza queste condizioni, l’aumento numerico delle assunzioni rischia di trasformarsi in un secchio bucato, dove l’uscita continua a vanificare gli sforzi di reclutamento.»
Inserimento strutturale dei professionisti stranieri. «In questo quadro di sofferenza e transizione, il contributo dei professionisti di origine straniera è divenuto determinante per la tenuta dei reparti, della medicina d’emergenza e dei servizi territoriali in tutta Italia. La rete associativa ribadisce la necessità di superare definitivamente la logica dei decreti emergenziali e delle deroghe temporanee. Serve una programmazione seria e strutturale che favorisca un inserimento pieno, regolare e dignitoso dei medici e degli operatori sanitari stranieri nel SSN, garantendo loro percorsi chiari di riconoscimento dei titoli, equiparazione dei diritti e contratti stabili. Integrare con regole certe significa rafforzare l’intero Servizio Sanitario e garantire la sicurezza delle cure a tutti i cittadini.»
Il nodo dei professionisti sanitari stranieri. «Occorre affrontare con urgenza anche la questione legata ai professionisti sanitari assunti grazie alle disposizioni del Decreto Cura Italia, in particolare dell’articolo 13», dichiara il Prof. Foad Aodi. «Oggi il Servizio sanitario nazionale si regge in misura significativa anche sul contributo dei professionisti di origine straniera. Se venisse meno questa componente della forza lavoro, le conseguenze sarebbero pesantissime. Stimiamo che potrebbe trovarsi in difficoltà dal 10 al 15% delle strutture e degli ambulatori, con punte che, nelle aree più carenti di personale, potrebbero arrivare fino al 25%. Per questo chiediamo stabilità normativa, piena valorizzazione professionale e politiche che favoriscano la permanenza di questi operatori nel nostro Paese.»
Ricreare appeal e avvicinare le nuove generazioni. «La vera sfida per la sostenibilità futura del nostro sistema sanitario riguarda i giovani», conclude Aodi. «Le professioni sanitarie — in primis quella infermieristica, dove la carenza resta acuta ed il rapporto medico-infermiere di 2,6 è del tutto insufficiente — soffrono di un drammatico calo di attrattiva. Dobbiamo ridare entusiasmo, prestigio sociale e garanzie di carriera alle nuove generazioni. La rete associativa e i movimenti internazionali rinnovano il proprio impegno al fianco delle istituzioni, degli ordini professionali e dei cittadini per promuovere riforme coraggiose, fondate sul merito, sulla legalità e sulla piena valorizzazione di tutte le professionalità della salute».