domenica, 26 Luglio 2026

CCNL 2025-27, COINA: “SE 29 LUGLIO SI CHIUDERÀ TRATTATIVA SU QUESTO IMPIANTO, SARÀ CERTIFICAZIONE DI UN FALLIMENTO”

Marco Ceccarelli, Segretario nazionale del Coina: «Non basta partecipare a un tavolo negoziale per sostenere di aver difeso infermieri e professionisti sanitari. Se il risultato sarà ancora una volta un contratto privo di coraggio e finanziato prevalentemente con risorse già destinate ai lavoratori, ciascuno dovrà assumersi la responsabilità delle proprie scelte».

ROMA, 25 LUGLIO 2026 – In vista del prossimo incontro convocato all’ARAN per il 29 luglio, il Coina – Sindacato delle Professioni Sanitarie esprime una netta contrarietà rispetto all’impostazione che, sulla base delle informazioni e delle parti di bozza finora disponibili, sta caratterizzando la trattativa per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro del Comparto Sanità 2025-2027.

L’incontro del 29 luglio è stato ufficialmente convocato per la prosecuzione della trattativa e non ancora, formalmente, per la sottoscrizione dell’ipotesi contrattuale.

Tuttavia, i comunicati diffusi dopo l’ultima riunione fanno ritenere che il negoziato sia entrato in una fase potenzialmente conclusiva. Proprio per questo il Coina ritiene necessario intervenire prima che vengano assunte decisioni difficilmente reversibili.

«Non possiamo attendere la firma per denunciare quello che già oggi appare evidente – dichiara Marco Ceccarelli, Segretario nazionale del COINA –. Se il prossimo 29 luglio si dovesse procedere verso la chiusura della trattativa sulla base dell’impianto che sta emergendo, ci troveremmo davanti all’ennesima occasione perduta per restituire dignità economica e professionale agli infermieri e alle altre professioni sanitarie».

Il COINA rileva innanzitutto l’assenza di un testo ufficiale completo e aggiornato, accompagnato da tabelle economiche chiare, univoche e verificabili. In queste ore sono stati diffusi importi differenti, costruiti sommando aumenti tabellari, indennità già previste dalla legge e risorse destinate soltanto ad alcuni profili. La stessa ARAN ha contestato le cifre circolate, dichiarando che non corrisponderebbero all’ipotesi contrattuale effettivamente sul tavolo.

«Prima di parlare di aumenti consistenti o di risultati storici – prosegue Ceccarelli – sarebbe necessario rendere pubblico il testo sul quale si sta trattando e chiarire quale sarà l’incremento effettivo per ciascun profilo, distinguendo il tabellare dalle indennità, le tredici mensilità dalle dodici mensilità e le risorse contrattuali da quelle già stanziate per legge. I professionisti sanitari hanno diritto alla trasparenza, non a una competizione comunicativa fondata su cifre tra loro discordanti».

Pur riconoscendo la presenza di alcuni possibili correttivi positivi, come il riconoscimento di determinate indennità durante le ferie, l’equiparazione delle ferie dei neoassunti e una migliore disciplina di alcuni istituti dell’orario di lavoro, tali interventi non rappresentano quella svolta strutturale necessaria a fermare la perdita di attrattività del Servizio sanitario nazionale.

Il problema centrale resta, infatti, l’insufficienza delle risorse rispetto alla perdita di potere d’acquisto accumulata, alla crescente complessità dell’assistenza, alle responsabilità professionali e ai carichi di lavoro sostenuti quotidianamente da infermieri, ostetriche, tecnici sanitari e dagli altri professionisti della salute.

Ancora più grave è il rischio che incarichi, progressioni e percorsi di valorizzazione vengano finanziati attraverso fondi già destinati ai lavoratori. Le parti di bozza rese disponibili prevedono che l’istituzione e la graduazione degli incarichi avvengano nei limiti del Fondo incarichi, progressioni economiche e indennità professionali. Anche l’eventuale incremento dell’incarico professionale di base risulterebbe subordinato alle risorse individuate nella contrattazione integrativa aziendale.

«Non si può chiamare valorizzazione un sistema nel quale gli avanzamenti professionali vengono finanziati sottraendo risorse alle progressioni economiche, alle indennità o agli altri istituti già destinati al personale – osserva Ceccarelli –. La carriera non può essere pagata dai lavoratori stessi e non può dipendere dalla capacità economica della singola azienda o della singola Regione. In questo modo si aumentano le diseguaglianze territoriali e si trasforma un diritto professionale in una possibilità eventuale».

Il COINA ribadisce inoltre la necessità di avviare un percorso concreto verso un contratto dedicato alle professioni sanitarie. L’attuale assetto del comparto continua a ricomprendere profili profondamente differenti per titolo di studio, autonomia, responsabilità, esposizione al rischio e complessità delle funzioni, impedendo una valorizzazione selettiva e realmente corrispondente al ruolo svolto.

«Non intendiamo mettere i lavoratori gli uni contro gli altri – precisa Ceccarelli – ma non possiamo accettare che il riconoscimento delle professioni sanitarie venga continuamente diluito attraverso estensioni generalizzate e appiattimenti economici che non tengono conto delle specifiche responsabilità assistenziali, cliniche e professionali. Un contratto dedicato non è una rivendicazione corporativa: è la conseguenza dell’evoluzione formativa, normativa e professionale intervenuta negli ultimi trent’anni».

Organici insufficienti, turni sempre più gravosi, riposi frequentemente compressi, aggressioni, responsabilità crescenti, percorsi di carriera incerti e retribuzioni non proporzionate alla complessità del lavoro rappresentano il vero bilancio delle politiche rivolte al personale sanitario. Un rinnovo contrattuale che non intervenga concretamente su questi elementi rischia di accelerare ulteriormente le dimissioni e la fuga dal servizio pubblico, compromettendo la qualità e la continuità delle cure.

Il COINA richiama alle proprie responsabilità il Governo, le Regioni e l’ARAN. La responsabilità principale è politica e appartiene a chi ha definito gli stanziamenti e gli atti di indirizzo del rinnovo. All’ARAN spetta, invece, il compito di tradurre tali indirizzi in una disciplina contrattuale che non produca ulteriori squilibri e che non presenti come nuove conquiste misure finanziate attraverso fondi già appartenenti ai lavoratori.

Un richiamo altrettanto fermo è rivolto alle organizzazioni sindacali presenti al tavolo. «Qualora si decidesse di sottoscrivere un testo che dovesse conservare queste criticità – afferma Ceccarelli – ciascuna organizzazione dovrà spiegare ai lavoratori perché abbia ritenuto sufficiente un contratto che non recupera realmente il potere d’acquisto, non garantisce carriere adeguatamente finanziate e non modifica l’attuale condizione delle professioni sanitarie».

Il COINA chiede anche alla FNOPI di assumere una posizione pubblica chiara e inequivocabile sull’impianto economico e professionale del rinnovo. La Federazione nazionale rappresenta istituzionalmente la professione infermieristica e non può restare estranea a una decisione destinata a incidere per anni sulla condizione economica, professionale e occupazionale degli infermieri.

«Chiediamo alla FNOPI – sottolinea Ceccarelli – di pronunciarsi prima dell’eventuale sottoscrizione, valutando pubblicamente se questo contratto riconosca davvero la formazione, le competenze, l’autonomia e le responsabilità degli infermieri. Non è più sufficiente richiamare genericamente la centralità della professione: occorre esercitare una pressione autorevole nei confronti del Governo, delle Regioni e dei soggetti negoziali, affinché tale centralità si traduca in risultati economici e professionali concreti».

Il COINA ribadisce che la crisi del Servizio sanitario nazionale non può essere affrontata con contratti costruiti sulla scarsità delle risorse e con compromessi finalizzati prevalentemente a chiudere rapidamente la trattativa. Ogni rinnovo incapace di valorizzare realmente le professioni sanitarie rende il settore pubblico meno attrattivo, alimenta le dimissioni e aumenta la difficoltà di garantire cure sicure e di qualità ai cittadini.

«Se il 29 luglio prevarrà ancora una volta la logica della chiusura a ogni costo – conclude Marco Ceccarelli – sarà difficile spiegare agli infermieri, alle ostetriche, ai tecnici sanitari e a tutti gli altri professionisti della salute perché sia stato accettato un impianto che non produce la svolta promessa. Le professioni sanitarie non hanno bisogno dell’ennesimo contratto celebrato come storico. Hanno bisogno di dignità economica, carriere realmente finanziate, condizioni di lavoro sostenibili e rispetto professionale. Tutto il resto rischia di diventare l’ennesima occasione perduta per il futuro della sanità pubblica italiana».

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