10 luglio 1976 – 10 luglio 2026
Roma, 8 luglio 2026 – 50 anni fa, alle 12:37 del 10 luglio 1976, esplose il reattore dell’azienda ICMESA a Meda, frazione di Seveso. Una nuvola bianca di tetracloruro di sodio e TCDD, la “diossina di Seveso”, si riversò su 1.800 ettari in Lombardia e con particolare concentrazione in Brianza.
Quello che accadde a Seveso fu il primo disastro industriale moderno letto con gli occhi della “One Health”, anche se la definizione non esisteva ancora.
Fu il primo evento che manifestò il conflitto, taciuto sino allora, tra bisogno di lavoro e accettazione di rischi per la salute dei lavoratori, della cittadinanza e dell’ambiente.
Fu evidente per la prima volta anche sul piano mediatico che l’industria, in particolare quella chimica, perseguiva la privatizzazione degli utili risparmiando sulle misure preventive e spingendo senza freni la produttività. Questa modalità imprenditoriale confliggeva, ma ancora oggi a volte confligge, con la salute attraverso la socializzazione dei rischi e dei costi umani e collettivi dove mancano i controlli ma anche una correttezza morale elementare.
Nelle “Zone A e B” dove si rilevò la più alta concentrazione di diossine i bambini svilupparono la “cloracne” pustole nere sul viso, dolore, vergogna. Non morì nessuno subito, ma la diossina è cancerogena e interferente endocrino, i danni alla salute si sarebbero manifestati nel medio e lungo periodo.
50 anni dopo gli studi dell’Università di Milano e dell’Istituto Mario Negri hanno dimostrato l’incremento percentuale dei tumori alla mammella e al polmone e dei linfomi.
Di notevole rilevanza furono anche gli effetti sui figli delle donne esposte, con ciclo mestruale alterato, diabete tipo 2 e altre disfunzioni.
Gli animali furono le prime vittime e le prime sentinelle della contaminazione ambientale. Il giorno dopo l’esplosione morirono 3.300 animali: conigli, galline, uccelli, gatti, bovini. Erano più esposti nell’ambiente e mangiavano erba e alimenti contaminati, per questo la diossina li colpì prima e in modo più grave.
I contadini di Seveso capirono che qualcosa non andava vedendo le galline morire nei pollai. Gli animali non furono solo le sentinelle del disastro ma furono anche le prime vittime. La bonifica prevedeva l’abbattimento di 80.000 capi. Un trauma economico e affettivo per le famiglie di contadini allevatori di quel tempo.
La prima Lezione One Health di 50 anni fa ci ha insegnato che se l’animale si ammala, è allarme anche per l’uomo. Ignorare la salute e le patologie animali indebolisce la protezione della salute dell’uomo.
Anche per l’ambiente Seveso impartì una grande lezione: il suolo, l’acqua, la natura hanno memoria lunga.
La diossina TCDD non si degrada. Rimane nel suolo per decenni. A Seveso fu creato il “Bosco delle Querce” proprio sulla collina di rifiuti e terra contaminata interrata. Oggi è un parco, ma sotto c’è ancora il disastro sigillato.
L’acqua, l’aria, le falde: tutto fu contaminato. Ci vollero 10 anni per mappare le zone contaminate e quelle indenni da cui si poteva trarre ancora produzione agricola e zootecnica.
L’ambiente non “assorbe e basta” ma trattiene, rimanda, amplifica. Se avveleni il suolo, avveleni la catena alimentare. La “terra dei fuochi” che arde ancora in alcune regioni è oggi l’ultimo dei disastri perpetrati da chi cerca profitto rubando la salute alle persone.
La vera eredità che ci ha lasciato Seveso è la prevenzione primaria.
Senza Seveso non ci sarebbe la “Direttiva Seveso” UE del 1982. Prima legge al mondo che obbliga le industrie a rischio a dire cosa producono, a fare piani d’emergenza, a informare i cittadini.
È One Health applicata: non curare dopo, ma controllare e intervenire prima. Significa costringere l’industria a sedere allo stesso tavolo di medici, veterinari, ambientalisti, sindacati dei lavoratori e rappresentanze dei cittadini. È democrazia applicata.
50 anni dopo, cosa ci deve ricordare il disastro dell’ICMESA di Seveso?
In primo luogo, che in questi eventi catastrofici i confini non esistono: la nube non si fermò al cancello della fabbrica e raggiunse le case di tutti, poveri cristi o potenti.
Che le vittime invisibili contano. Quanti hanno perso anni di vita o hanno avuto una patologia che li ha segnati sino alla morte. I rischi invisibili devono essere evidenziati dalla ricerca. La diossina non uccide subito. Ma cambia ormoni, DNA, vite, generazioni future. One Health deve guardare a ciò che non è evidente e agli effetti sul lungo periodo.
La memoria è ancora una parte da completare della bonifica, perché i rischi sono inversamente proporzionali alle conoscenze.
Il 10 luglio di Seveso oggi è un simbolo. Ci aiuta a ricordare e non abbassare la guardia su PFAS, microplastiche, pesticidi.
Seveso non è solo una data di cronaca.
È il momento in cui abbiamo capito che la salute non è solo una corsia d’ospedale. È l’aria che respiri, l’acqua che bevi, il latte che dai a tuo figlio, la terra dove cresce il grano.
Aldo Grasselli
Presidente Onorario SIMeVeP – Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva