mercoledì, 17 Giugno 2026

Disagio giovanile. Sono 575 giovanissimi seguiti dal Servizio di Neuropsichiatria infantile Ausl Parma con disturbi di comportamento

In aumento i casi di minori autori di reato in carico ai servizi dell’Azienda sanitaria. Dietro fenomeni di violenza giovanile si intrecciano storie di fragilità e ricerca di appartenenza. Antonella Squarcia: “La violenza giovanile non è il risultato di una singola causa ma nasce dall’interazione tra caratteristiche individuali, contesti familiari, condizioni socio-economiche e dinamiche relazionali”. 

PARMA – Sono 575 i minori seguiti dai servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza dell’Azienda Usl di Parma (NPIA) per disturbi legati ad impulsività, aggressività e difficoltà nel rispetto delle regole. Sono bambini e adolescenti, per lo più maschi (447 contro 128 femmine) e in maggioranza di età compresa tra i 14 e i 17 anni (252 sul totale).  Caratteristica che li accomuna è avere un disturbo che, se non curato, può evolvere in comportamenti devianti. In gergo tecnico si parla di “disturbi esternalizzanti” che comprendono il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, il disturbo oppositivo provocatorio e quello della condotta. Tra i giovani e giovanissimi in carico alla Neuropsichiatria dell’Ausl di Parma ci sono anche 7 minori autori di reato, tutti maschi e di differenti nazionalità, per i quali il servizio  collabora con l’Ufficio Servizio sociale per minorenni di Bologna del Ministero della Giustizia. E’ confermato il trend in aumento dei minori autori di reato rispetto al 2024, quando i minori sono passati da 5 a 14 nel 2025. Dietro la violenza giovanile non ci sono solo aggressioni, risse e le cosiddette “baby gang”, ma storie di fragilità, ricerca di appartenenza e disagio adolescenziale.

VIOLENZA GIOVANILE E “BABY GANG”

“La violenza giovanile non è il risultato di una singola causa – spiega Antonella Squarcia, direttrice dell’unità operativa NPIA dell’Ausl di Parma -, ma nasce dall’interazione tra caratteristiche individuali, contesti familiari, condizioni socio-economiche e dinamiche relazionali che influenzano il percorso di crescita”. L’adolescenza è caratterizzata da trasformazioni biologiche, psicologiche e sociali. La maturazione del cervello e i cambiamenti ormonali comportano una maggiore impulsività, una più intensa ricerca di stimoli e una naturale tendenza alla trasgressione. “Questi aspetti non devono essere considerati necessariamente patologici – continua Squarcia -, al contrario sono una parte fisiologica del processo di crescita”.

La naturale impulsività e trasgressività dell’adolescenza può trasformarsi in comportamenti antisociali quando si unisce a condizioni di vulnerabilità. Tra i principali fattori di rischio vi sono difficoltà familiari, esperienze di trascuratezza o trauma, povertà educativa, esclusione sociale, uso di sostanze e problemi comportamentali precoci. “Particolarmente esposti sono i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi privi di una rete familiare stabile e coloro che vivono situazioni di forte marginalità sociale”, aggiunge la direttrice. Anche il bisogno di appartenere a un gruppo è un elemento normale del percorso. Tuttavia, in condizioni di fragilità, il gruppo può favorire l’emergere di comportamenti violenti.

“Le cosiddette baby gang spesso rispondono a bisogni di appartenenza, riconoscimento e affermazione sociale”, spiega Silvia Bertoli, psicologa della NPIA. “L’identità del gruppo viene costruita attraverso la contrapposizione ad altri coetanei e il ricorso a comportamenti aggressivi. Il gruppo offre protezione e riconoscimento, ma favorisce la perdita del senso di responsabilità individuale e l’adozione di comportamenti violenti”.

Per alcuni adolescenti il reato è una sorta di scorciatoia verso l’età adulta, un modo per conquistare rapidamente autonomia, riconoscimento sociale e senso di appartenenza. “La ricerca di identità e valore personale può trasformarsi nella costruzione di un’identità antisociale”, afferma Sabrina Ferrari, anche lei psicologa della NPIA. “In alcuni casi il comportamento violento può anche rappresentare una richiesta implicita di attenzione: il reato diventa un tentativo immaturo di uscire da una condizione di invisibilità sociale e relazionale”, conclude la professionista.

LA RETE DEI SERVIZI

I servizi sanitari dell’Azienda Usl di Parma dedicati all’età evolutiva oltre alla NPIA sono lo Spazio Giovani, Mondo Teen, il Centro di terapia per la Famiglia, le strutture sanitarie residenziali abilitative e di cura, lo Spazio Immigrati, i medici di famiglia e i pediatri.

Tutti operano in modo integrato tra loro e in collaborazione con servizi sociali, scuole, autorità giudiziarie, ufficio Servizio sociale per minorenni di Bologna, gli enti del terzo settore. Tra gli strumenti di lavoro più innovativi, ci sono i Gruppi di psicoanalisi multifamiliare e il “Dialogo aperto”, approcci che dimostrano come il benessere di bambini e adolescenti nasca dalla capacità degli adulti e delle istituzioni di costruire insieme fiducia e corresponsabilità.    

DALLA RABBIA ALLA RINASCITA: LA STORIA DI MARCO RACCONTATA DALLA MADRE

Marco (il nome è di fantasia) è un adolescente come tanti, che vive in una famiglia “normale”, inserita, senza particolari problemi economici.

E’ tranquillo, timido. Poi le prime scelte da prendere, quelle importanti, perché riguardano il futuro: il passaggio alla scuola superiore. Nuovi amici e nuovi ambienti non vissuti appieno, perché la pandemia ha sbaragliato tutto. Poi, di nuovo la normalità, alla quale non si è più abituati. I dubbi sulla scuola scelta, le difficoltà nello studio, i primi sfoghi di una rabbia che non si riesce a gestire e che scoppia, con risse. Il gruppo di amici con cui trovare la strada per risolvere i problemi e che, invece di dare un aiuto, allontana dalla famiglia. Poi la droga. E quella decisione presa senza pensare, quella “bravata” che invece è un reato.

Come è passato Marco da timido adolescente a ragazzo violento?

“Il cambiamento non è arrivato all’improvviso, i segnali ci sono stati: sono una mamma attenta, ma la situazione ad un certo punto è diventata insostenibile. Non sapevamo più chi frequentasse, come trascorreva il suo tempo – racconta la madre di Marco -. Mi sono messa in discussione, cercando di capire cosa non andasse nel mio ruolo di mamma, consapevole che scelte da me compiute a fin di bene e per tenere unita la famiglia, avrebbero prodotto effetti anche su mio figlio. Insieme a mio marito, sono la medesima persona che ha cresciuto anche un’altra figlia: con lei non abbiamo incontrato particolari difficoltà nel suo passaggio dall’adolescenza alla maturità. Ho imparato che non esiste il manuale del “genitore perfetto” e che il rapporto con i figli si costruisce ogni giorno, tenendo aperte tutte le porte”.

Cosa cambierebbe, se potesse tornare indietro?

“Se potessi riavvolgere il nastro e cambiare alcune cose del mio rapporto con Marco cercherei di mantenere un atteggiamento di maggiore comprensione dei suoi bisogni. Proverei ad essere meno giudicante, userei toni più pacati, meno rimproveri e più ascolto”.

Che messaggio vuole dare ai genitori che oggi vivono un’esperienza analoga alla sua? “Di non smettere il ruolo di genitore, anche quando diventa difficile da sostenere. Di continuare ad avere fiducia, chiedere un aiuto competente e continuare a cercarlo, fino a trovare quello più adatto al proprio bisogno. La chiave c’è: noi l’abbiamo trovata, con la collaborazione del personale scolastico, a partire dalla preside, nei servizi sanitari dell’Azienda Usl e sociali del Comune di Parma”.

“Il percorso di recupero per mio figlio adesso non è finito – conclude la mamma di Marco -. Ha superato tante prove, noi con lui e altre ci attendono. Ma ne stiamo uscendo più forti. Ora siamo di nuovo una famiglia: il nostro ragazzo è tornato ad essere quello di prima, ma con più strumenti, per continuare il cammino verso la vita da adulto, con maggiore serenità e responsabilità”.

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