Milano, 23 febbraio 2026 – Un’altra buona notizia per le donne che ogni anno in Italia si vedono diagnosticare un tumore all’endometrio: dostarlimab, ha ottenuto l’approvazione per la terapia in prima linea di tutte le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o ricorrente, indipendentemente dallo stato di MMR. Lo scorso anno l’Aifa aveva dato il via libera al suo utilizzo, in associazione sempre con carboplatino e paclitaxel, per le pazienti con deficit del Mismatch Repair o instabilità dei microsatelliti (dMMR/MSI H) in stadio di malattia avanzato o ricorrente, che rappresentano circa il 20-30% delle donne a cui viene diagnosticata la neoplasia. Oggi l’indicazione riguarda anche l’altra fetta più consistente di donne, vale a dire quelle che non presentano deficit del Mismatch Repair o instabilità dei microsatelliti (pMMR/ MSS). L’agenzia regolatoria ha inoltre riconosciuto a dostarlimab il valore dell’innovatività, proprio per il vantaggio terapeutico rispetto allo standard di cura attuale.
Prima di entrare nel merito dei dati vediamo in breve di cosa stiamo parlando. Il sistema di “mismatch repair” (riparazione degli errori di appaiamento del DNA) è un meccanismo cellulare di correzione degli errori che si verificano quando il DNA viene copiato. Se è funzionante parliamo di pMMR (proficient Mismatch Repair): le cellule riparano cioè gli errori in modo efficiente. Quando invece è compromesso si parla di dMMR (deficient Mismatch Repair): le cellule accumulano più errori e mutazioni, spesso con instabilità dei microsatelliti (MSI H). L’aumento del carico mutazionale rende i tumori dMMR più “visibili” al sistema immunitario, stimolato a riconoscere il tumore dopo il trattamento con inibitore di check point, seppure una stimolazione del sistema stesso possa essere chiave anche per le pazienti in assenza di questo deficit. Lo studio Ruby ha dimostrato infatti che anche nelle pazienti pMMR l’aggiunta dell’immunoterapia determina un miglioramento degli outcomes di malattia: per questo è stata riconosciuta anche in Italia la rimborsabilità del farmaco.
Veniamo ai dati che hanno portato all’approvazione di dostarlimab “in associazione a carboplatino e paclitaxel per il trattamento di prima linea di pazienti adulte affette da cancro endometriale primario avanzato o ricorrente e che sono candidate per la terapia sistemica”. I risultati sono ricavati sempre dallo studio Ruby, che vedremo più avanti. Nella popolazione pMMR/MSS, la riduzione del rischio di progressione o morte a 24 mesi, con la combinazione immunoterapia chemioterapia indicata sopra, è stata del 28,4% rispetto al 18,8% della pazienti del braccio placebo. La riduzione del solo rischio di morte è stata invece del 21%, con un incremento della sopravvivenza globale di 7 mesi. Come vedete siamo dunque di fronte ad un ulteriore progresso dirimente, e a sottolinearlo è la prof. Domenica Lorusso, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X di Milano. “Era ormai acclarato – dice – che l’immunoterapia in combinazione con la chemio avesse cambiato lo standard di cura delle pazienti dMMR. Ma queste pazienti rappresentano il20- 30% della popolazione con tumore dell’endometrio. Per la stragrande maggioranza c’era un unmet need inespresso, a cui oggi risponde questa ulteriore indicazione, che celebra l’arrivo e l’efficacia dell’immunoterapia anche in una popolazione che per 20 anni ha potuto contare solo sulla chemioterapia”.
Come dicevamo, anche questi risultati sono frutto del Ruby, il primo studio dopo due decenni a dimostrare un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza globale nel trattamento di prima linea del carcinoma endometriale avanzato o ricorrente proprio grazie all’aggiunta alla chemioterapia standard dell’inibitore di checkpoint immunitario dostarlimab, anticorpo monoclonale anti-PD-1. Le pazienti incluse nel trial sono state complessivamente 494: 118 rappresentative della popolazione dMMR/MSI-H e 376 pMMR/MMS.
“Un tracking change, una pietra miliare” lo definisce la prof. Lorusso. “Il Ruby ha cambiato la pratica clinica e le linee guida del tumore dell’endometrio. Da quattro anni le donne con questa neoplasia e noi clinici viviamo in un mondo nuovo, un mondo che non esisteva. I 7 mesi di OS anche nel setting pMMR – aggiunge Lorusso – sono importanti e significativi. Prima di tutto perché rappresentano una mediana di sopravvivenza, il che vuol dire che ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo, in secondo luogo perché questi risultati ci dicono che prima usiamo l’immunoterapia e meglio è”.
Ricordiamolo allora il Ruby, visto che a detta della prof. Lorusso è lo studio che sta facendo la storia. La prima approvazione, lo scorso anno, era stata data per la popolazione dMMR/MSI-H, quella considerata più responsiva all’immunoterapia. Tanto è vero che la riduzione del rischio di progressione o morte è stata pari al 72%. Inoltre, in un’analisi esploratoria pre-specificata della sola sopravvivenza globale (OS) in questo specifico setting, l’aggiunta di dostarlimab alla chemioterapia ha determinato una riduzione del 68% del solo rischio di morte, sempre confrontata alla chemioterapia. A tre anni, il 78% delle pazienti trattate con dostarlimab e chemioterapia era vivo rispetto al 46% delle pazienti a cui era stata somministrata la sola chemioterapia. Anche a quella presentazione Lorusso sottolineò come il 72% di riduzione della progressione della malattia o di morte in donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante, fosse “un traguardo enorme, inimmaginabile. Significa soprattutto – disse – che le curve del Ruby ci mostrano che stiamo guarendo queste donne”. Il tumore dell’endometrio o del corpo dell’utero rappresenta la quasi totalità dei tumori che colpiscono il corpo dell’utero ed è la quarta neoplasia più frequente nella popolazione femminile, dopo quelli al seno, al colon e al polmone. In Italia si calcola che ci stiano facendo i conti 133 mila donne e ogni anno si registrano circa 9 mila nuovi casi. Oltre il 90% riguarda donne di oltre 50 ani.
“Oggi, per molte donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivato – dice Ilaria Bellet, presidente Acto Italia – questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso. È un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l’obiettivo di vivere quel tempo meglio. Come ACTO – aggiunge Bellet – ringraziamo l’azienda per l’impegno nella ricerca e per aver acceso i riflettori su una patologia ancora troppo poco conosciuta. Ora la priorità è trasformare l’innovazione in accesso reale: informazioni chiare alle donne, percorsi rapidi e uniformi, e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita”.
“Il raggiungimento di una sopravvivenza globale significativamente migliorata – afferma Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di GSK – non è solo un traguardo scientifico: è la prova concreta che la ricerca rigorosa, la collaborazione con la comunità scientifica e l’impegno a fianco delle pazienti possono tradurre il lavoro scientifico in risultati tangibili che impattano positivamente la vita delle pazienti. Questo successo, frutto dell’instancabile lavoro di GSK insieme a ricercatori, clinici e pazienti – continua Campagnoli – ci responsabilizza a proseguire nella ricerca, a garantire terapie efficaci e personalizzate e a rinnovare il nostro impegno per migliorare la qualità e la durata della vita delle persone colpite dalla malattia. È un risultato di cui essere orgogliosi e uno slancio deciso per fare ancora di più, oggi e nel futuro”.