«Il nostro obiettivo è sempre stato – e resta – l’efficientamento sanitario, mai quello di un efficientamento amministrativo che riduce le cure. In questo senso, se il tema dell’autonomia è affrontato facendo prevalere il primo aspetto, allora ciò che la normativa prevede ci lascia in parte sereni. Del resto, la medicina generale guarda in primis, come ha sempre fatto, al rispetto dei bisogni di salute dei cittadini e dell’articolo 32 della Costituzione, e ricordiamo che nel Sistema sanitario nazionale la nostra categoria si configura come unico accesso diretto e di scelta del cittadino; dunque, non comprometteremo mai il nostro rapporto di fiducia per inseguire obiettivi di appropriatezza economica».
Lo dice Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, commentando l’approvazione degli schemi di intesa preliminare con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. «È evidente – ribadisce il leader Fimmg – che i bisogni di salute dei cittadini andranno valutati attraverso percorsi diagnostico-terapeutici, non certo diagnostico-amministrativi». In un contesto di appropriatezza assistenziale delle cure «sarà necessario, attraverso un sistema di budgeting, promuovere però la garanzia che le risorse premino il sistema capace di garantire la maggior efficienza di cure e di risultati di salute». Tuttavia, «come Fimmg ci preoccupa il passaggio previsto per il quale sarà possibile “riallocare risorse derivanti da efficientamenti della spesa su altri ambiti sanitari regionali”. Questo equivarrebbe a reinvestire, anziché nel sistema che dimostra di essere efficiente, su altri “ambiti” non meglio definiti, che paradossalmente sottrarrebbero valore al lavoro delle categorie professionali impegnatesi e risultate maggiormente efficaci, rendendole sottoposte a pressioni operative senza premialità o investimenti tesi alla possibilità del loro sviluppo».
Scotti mette in guardia poi da una possibile deriva amministrativa, che rischierebbe di considerare la prevenzione primaria e secondaria – ambiti che portano a un beneficio a lungo termine – come una zavorra piuttosto che un’opportunità. Altro tema su cui sarà necessario riflettere è il possibile confronto tra Regioni nell’offerta contrattuale, che i cambiamenti in atto potrebbero accentuare. Il rischio è che si inneschi una competizione al rialzo capace di attrarre medici verso le aree più vantaggiose, aggravando le carenze già presenti in alcune discipline, a partire dalla medicina generale. «Occorrerà individuare meccanismi affinché non accada che all’interno di singole categorie si determinino trattamenti economici troppo differenti in relazione all’appartenenza territoriale. Non si vorrà mica alimentare una sorta di “professionalità differenziata” che finirebbe col generare un sistema di diseguaglianze?». È necessaria, dunque, una riflessione approfondita per garantire l’equità nell’accesso alle cure. Il sistema deve mantenere un equilibrio tra efficienza amministrativa ed economica, essere in grado di premiare chi produce reali risultati di salute e, al tempo stesso, evitare che l’allocazione delle risorse finisca per ampliare le disuguaglianze. L’obiettivo deve restare un Servizio sanitario nazionale capace di adottare anche modelli organizzativi differenti, ma univoco nei risultati di salute garantiti ai cittadini.