lunedì, 16 Febbraio 2026

AMSI-UMEM: “Italia Paese più anziano d’Europa. 49,1 anni età media, 24,7% over 65”

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Aodi: “Mancano oltre 30mila medici e 65mila infermieri. Più invecchiamento uguale più cronicità, ma senza valorizzazione e integrazione dei professionisti sanitari non c’è futuro per la sanità italiana”

ROMA, 16 FEBBRAIO 2026 – L’Italia si conferma il Paese più anziano dell’Unione europea. Secondo gli ultimi autorevoli dati Eurostat, al 1° gennaio 2025 l’età media ha raggiunto 49,1 anni (media UE 44,9), con il 24,7% di over 65 e appena l’11,9% di bambini tra 0 e 14 anni. Il rapporto di dipendenza dell’età avanzata è salito al 39%, contro il 34,5% della media europea: poco più di due persone in età lavorativa per ogni anziano.

Un quadro che non rappresenta solo un dato statistico, ma una trasformazione strutturale della società italiana, destinata a incidere profondamente su bisogni sanitari, cronicità, prevenzione e organizzazione dei servizi.

Su questi numeri intervengono AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, Co-mai – Comunità del Mondo Arabo in Italia, AISCNEWS – rete internazionale di informazione “agenzia mondiale senza confini” e il Movimento Internazionale Uniti per Unire, che riflettono e analizzano l’impatto demografico sul sistema sanitario nazionale.

Più longevità, ma sistema non organizzato per affrontare le conseguenze dell’invecchiamento 

Le associazioni sottolineano che l’aumento dell’aspettativa di vita è un risultato positivo, frutto della prevenzione e della qualità della medicina italiana. Tuttavia, evidenziano che la programmazione sanitaria non ha accompagnato in modo adeguato l’invecchiamento della popolazione.

«Siamo nel continente più anziano del mondo e l’Italia ha una percentuale molto alta di persone anziane. È un dato positivo perché negli ultimi anni la vita si è allungata di circa dieci anni grazie alla sanità e alla prevenzione», dichiara il Prof. Foad Aodi, medico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata. «Ma il Servizio sanitario non è stato programmato per affrontare l’aumento così rapido della popolazione anziana».

Cronicità in crescita: servono specialisti e screening

Secondo l’analisi condivisa da AMSI, UMEM, Co-mai, AISCNEWS e Uniti per Unire, l’avanzamento dell’età comporta un aumento strutturale di patologie croniche, oncologiche, cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e ortopediche.

«Con l’aumentare dell’età crescono tumori, fratture, malattie respiratorie, cardiovascolari e patologie del sistema nervoso», afferma Aodi. «Servono più specialisti in geriatria, neurologia, fisiatria e riabilitazione, ortopedia, neurochirurgia, cardiologia, urologia, ginecologia e chirurgia generale. E bisogna rafforzare la prevenzione e gli screening, soprattutto in ambito oncologico e cardiovascolare».

Le associazioni ribadiscono che accanto ai medici occorrono più infermieri, fisioterapisti, psicologi, logopedisti e professionisti della riabilitazione, figure centrali nella gestione della cronicità.

Carenza di personale e stipendi bassi: rischio collasso

Secondo le statistiche interne AMSI-UMEM aggiornate al 2025, il sistema sanitario italiano registra una carenza stimata di oltre 30mila medici e almeno 65mila infermieri, con retribuzioni tra le più basse dell’Europa occidentale a parità di potere d’acquisto.

Le associazioni commentano che la combinazione tra invecchiamento della popolazione e invecchiamento degli stessi professionisti sanitari rischia di generare un vuoto generazionale nei prossimi anni.

«L’Italia è tra i Paesi con l’età media più alta anche tra i medici. In una fase di crisi della sanità pubblica e con liste d’attesa sempre più lunghe, senza valorizzazione economica e professionale non possiamo trattenere le competenze», sottolinea Aodi.

SSN: tornare ai vertici mondiali con un modello adeguato alla società di oggi

«Per riportare il Servizio sanitario nazionale ai livelli di eccellenza che lo hanno collocato tra i primi sistemi sanitari al mondo per qualità e universalità non basta richiamare il passato: occorre adeguarlo alla società italiana del 2026, profondamente cambiata, più anziana, più fragile e sempre più globale.

È necessario un piano strutturale che contrasti la fuga dei professionisti all’estero e le dimissioni dal pubblico, valorizzi tutte le competenze sanitarie – comprese quelle dei professionisti di origine straniera pienamente integrati – e affronti con decisione la medicina difensiva e il fenomeno delle aggressioni al personale.

Allo stesso tempo va superato definitivamente il conflitto ideologico tra sanità pubblica e sanità pubblica accreditata: dal punto di vista legislativo entrambe concorrono al servizio pubblico e devono essere messe nelle condizioni di collaborare in modo trasparente, efficiente e complementare.

Solo attraverso un’alleanza concreta tra istituzioni, professionisti e associazioni sarà possibile rendere il SSN realmente pronto alle sfide del presente e del futuro», afferma Aodi.

Regioni lungimiranti e professionisti stranieri: il modello Molise come banco di prova

In questo scenario demografico complesso, alcune Regioni stanno adottando scelte pragmatiche per evitare il collasso dei servizi, puntando sull’integrazione dei professionisti sanitari formati all’estero. È il caso del Molise, che ha autorizzato fino al 31 dicembre 2029 l’impiego nelle strutture pubbliche e private accreditate di medici e infermieri con titolo conseguito in Paesi extra UE, in attesa di pieno riconoscimento ministeriale.

Una decisione che nasce dall’emergenza: Pronto soccorso, guardie mediche, Ginecologia ed Emodinamica risultano tra i reparti più esposti alla carenza di organico. Il reclutamento di liberi professionisti e ricercatori universitari non è stato sufficiente a colmare i vuoti strutturali.

Il provvedimento prevede la verifica della documentazione da parte del Ministero della Salute e un aggiornamento trimestrale degli elenchi dei professionisti idonei, con il coinvolgimento delle autorità sanitarie territoriali per valutare coerenza formativa e fabbisogno assistenziale. È inoltre previsto un percorso di formazione linguistica e di integrazione professionale.

Per AMSI e UMEM questa non è una soluzione tampone, ma un esempio di programmazione realistica: in un Paese con il 24,7% di over 65 e un rapporto di dipendenza al 39%, non valorizzare il capitale umano sanitario disponibile significa aumentare liste d’attesa, turni massacranti e rischio di chiusura dei reparti.

Integrazione dei professionisti stranieri e collaborazione strutturata

AMSI, UMEM, Co-mai, AISCNEWS e Uniti per Unire affermano che senza una piena integrazione dei professionisti sanitari di origine straniera, già formati e presenti in Italia, non sarà possibile arginare la carenza strutturale.

«Serve una collaborazione più forte tra sanità pubblica e sanità privata accreditata», conclude Aodi. «Quasi il 30% dei servizi essenziali, in particolare per la popolazione geriatrica, oggi non può essere garantito integralmente dal solo sistema pubblico».

Le associazioni ribadiscono che l’invecchiamento non è un’emergenza improvvisa ma una trasformazione prevedibile: senza una riforma che metta al centro i professionisti sanitari, italiani e di origine straniera, la sostenibilità del sistema sarà sempre più fragile.

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