venerdì, 13 Febbraio 2026

STUDIO NURSING UP. SALUTE MENTALE E VULNERABILITÀ ECONOMICA: NUOVO DATO CARITAS E CONDIZIONE DEGLI INFERMIERI ITALIANI

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De Palma: «Salari e prospettive restano fermi rispetto al costo della vita che invece cresce. E’ sempre più forte la pressione su una professione che invece andrebbe ricostruita e rilanciata, perché rappresenta una meravigliosa scelta di responsabilità. Servono interventi concreti per rafforzarla, perché senza infermieri non c’è futuro per il nostro SSN»

ROMA 13 FEB 2026 – Il recente rapporto Caritas evidenzia un aumento del 154% dei disturbi depressivi nell’ultimo decennio tra le persone prese in carico dai centri di ascolto. Nell’80% dei casi il disagio mentale si associa a difficoltà economiche e precarietà lavorativa.

Il dato conferma un elemento strutturale: quando cresce l’insicurezza materiale, aumenta il rischio di sofferenza psichica. La fragilità economica non è solo una questione di reddito, ma incide sulla stabilità personale e sulla qualità della vita.

Questo meccanismo oggi coinvolge anche categorie professionali che, pur occupate stabilmente, vedono ridursi il proprio potere d’acquisto e le prospettive di crescita. 

È in questo quadro che si inserisce la condizione attuale di una parte significativa degli infermieri italiani, come evidenzia la recente analisi del Nursing Up.

STIPENDI, COSTO DELLA VITA E DIVARIO EUROPEO. INFERMIERI TRA I “NUOVI POVERI”

Secondo i recenti dati OCSE (Health at a Glance), la retribuzione media degli infermieri italiani, in termini di parità di potere d’acquisto, resta nettamente inferiore rispetto ai principali Paesi dell’Europa occidentale. In Italia lo stipendio lordo medio annuo si colloca tra i 29 e i 32 mila euro, con un netto mensile che nei primi anni di carriera oscilla tra 1.500 e 1.800 euro.

In Germania e Francia la retribuzione media supera i 40 mila euro annui, con sistemi di progressione economica più strutturati. Il divario diventa ancora più marcato rispetto a Paesi come Svizzera, Norvegia e Finlandia.

Il tema emerge con evidenza nelle grandi città del Nord. Secondo ISTAT e i principali osservatori immobiliari, l’affitto medio di un bilocale a Milano supera i 1.200 euro mensili; a Bologna e Torino si colloca tra 850 e 1.050 euro. Con uno stipendio netto di 1.500 euro per un infermiere, l’incidenza dell’affitto può superare il 60% del reddito disponibile.

Negli ultimi anni l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, mentre gli adeguamenti contrattuali non hanno compensato pienamente l’aumento del costo della vita. Non si parla di povertà assoluta, ma di una vulnerabilità economica crescente.

Se precarietà e fragilità economica rappresentano fattori di rischio per la salute mentale, è doveroso interrogarsi su quanto la compressione salariale e la stagnazione professionale possano incidere anche sugli infermieri.

INSODDISFAZIONE PROFESSIONALE E FUGA DAL SERVIZIO PUBBLICO

Il recente Survey nazionale Nursing Up evidenzia che oltre il 70% degli infermieri, potendo tornare indietro, farebbe una scelta diversa. Le criticità più segnalate riguardano retribuzioni non proporzionate alle responsabilità, scarse opportunità di carriera, progressioni lente e carichi di lavoro elevati.

Nel 2024 oltre 20mila professionisti  hanno lasciato volontariamente la sanità pubblica, scegliendo la libera professione o l’estero. Le motivazioni sono legate soprattutto alla ricerca di una maggiore stabilità economica e di condizioni lavorative più sostenibili.

«Quando migliaia di professionisti scelgono di lasciare il servizio pubblico – afferma De Palma – significa che esiste un problema strutturale di valorizzazione economica e di prospettiva che non può essere ignorato».

BURNOUT E PRESSIONE ORGANIZZATIVA

La letteratura scientifica conferma che gli infermieri sono tra le categorie più esposte a stress lavoro-correlato e burnout. L’esaurimento emotivo non dipende solo dalle ore lavorate, ma dallo squilibrio tra responsabilità cliniche, riconoscimento economico e opportunità di crescita.

Turni notturni, festivi, carenza di organico e difficoltà nella conciliazione vita privata-lavoro si sommano alla percezione di stagnazione professionale. In questo contesto la pressione psicologica aumenta.

«La salute mentale dei professionisti – sottolinea De Palma – è una condizione essenziale per garantire qualità assistenziale. Rafforzare la professione significa ridurre la pressione che oggi grava su chi lavora nelle corsie».

SEMPRE MENO GIOVANI SCELGONO INFERMIERISTICA

Negli ultimi anni si registra un calo dell’attrattività dei corsi di laurea in Infermieristica. Le domande di accesso ai test di ammissione hanno registrato una riduzione di circa l’11%, con un numero di candidati che in diverse sedi non copre interamente i posti disponibili.

Il confronto storico è ancora più significativo: rispetto al 2010, quando le domande superavano le 46 mila unità, oggi i candidati si attestano intorno alle 21 mila richieste annue, segnando un ridimensionamento evidente dell’interesse verso la professione.

Il dato si inserisce in un quadro di disaffezione crescente, legata alla percezione di retribuzioni non competitive, carichi di lavoro elevati e prospettive di carriera limitate. Un trend che, nel medio periodo, rischia di incidere sulla capacità del sistema sanitario di garantire un adeguato ricambio generazionale.

RAFFORZARE LA PROFESSIONE PER GARANTIRE IL SISTEMA

Nonostante le criticità, l’infermieristica resta una scelta consapevole e di responsabilità. Gli infermieri continuano a garantire assistenza con competenza e dedizione.

Per consolidare questa scelta servono interventi strutturali: adeguamento salariale coerente con il costo della vita, riduzione del divario europeo, percorsi di carriera chiari, piano di assunzioni per alleggerire i carichi e strumenti di supporto organizzativo.

«Valorizzare economicamente e professionalmente gli infermieri e tutti i professionisti dell’assistenza significa tutelare la tenuta del sistema sanitario e rendere la professione nuovamente attrattiva per le nuove generazioni», conclude De Palma.

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