venerdì, 13 Febbraio 2026

Criticità croniche professione infermieristica. Ceccarelli (COINA): “Basta retorica sulla valorizzazione. Servono stipendi adeguati e rinnovi immediati”

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«Non si può parlare di patto nazionale mentre i salari restano tra i più bassi d’Europa e nella sanità accreditata i contratti sono fermi da anni. La valorizzazione deve essere economica, strutturale e omogenea»

ROMA, 13 FEB 2026 – Il dibattito aperto dal recente documento della Conferenza delle Regioni sulla riforma del personale del Servizio sanitario nazionale riporta al centro un tema che il COINA, sindacato delle professioni sanitarie, denuncia da tempo: la crisi strutturale di attrattività delle professioni sanitarie, in particolare di quella infermieristica.

«Le Regioni hanno certamente analizzato e condiviso proposte solide e coerenti, delineando un impianto programmatico che va nella giusta direzione»: parlano di aumento dei salari, armonizzazione retributiva rispetto agli standard europei, esigibilità delle carriere, miglioramento delle condizioni di lavoro, sblocco dei vincoli di spesa. Si tratta di un’analisi che riconosce finalmente la portata del problema: il SSN sta perdendo professionisti verso il privato e verso l’estero». Esordisce così nella sua disamina Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del Coina.

Tuttavia, per il COINA, non basta riconoscere la criticità. «Occorre affrontarla in modo sistemico e coerente. Perché mentre si invoca un “patto nazionale” per trattenere i professionisti nel pubblico, permangono contraddizioni evidenti nell’intero sistema sanitario, a partire dai rinnovi contrattuali e dal divario retributivo tra comparti che operano entrambi per conto del Servizio sanitario nazionale», continua Ceccarelli nella sua analisi.

Il documento delle Regioni: una base condivisibile, ma servono coperture strutturali

Il documento approvato dalla Conferenza delle Regioni individua undici linee di intervento che toccano nodi centrali: armonizzazione del trattamento economico, percorsi di carriera realmente finanziati, semplificazione dei CCNL e loro esigibilità uniforme, trasformazione digitale a supporto del lavoro clinico, riordino delle professioni sanitarie, politiche di fidelizzazione e conciliazione vita-lavoro.

È un’impostazione tecnicamente corretta. Ma il punto decisivo resta uno: le risorse.

Senza un incremento stabile e vincolato del Fondo sanitario nazionale destinato ai rinnovi contrattuali e alla valorizzazione economica, le proposte rischiano di restare programmatiche.

«La diagnosi è condivisibile – afferma Ceccarelli – ma ora serve la terapia d’urto. Non bastano tavoli permanenti e dichiarazioni di principio. Servono finanziamenti strutturali, indicizzazione salariale e certezza delle progressioni economiche».

Pubblico e accreditato: una frattura che mina la credibilità del sistema

Mentre si apre la prospettiva del rinnovo 2025-2027 nel comparto pubblico, nella sanità accreditata e nelle RSA persistono vuoti contrattuali pluriennali. Questo produce un effetto distorsivo evidente: professionisti che garantiscono lo stesso servizio pubblico ai cittadini operano con condizioni economiche e normative non allineate.

Il differenziale retributivo, a parità di funzioni assistenziali svolte per il SSN, genera mobilità forzata, dumping contrattuale e progressiva perdita di potere d’acquisto.

Il risultato è una frattura sistemica: da un lato si chiede maggiore attrattività del lavoro pubblico sanitario, dall’altro si tollera una situazione in cui interi settori accreditati restano fermi sul piano contrattuale.

«Non è credibile parlare di patto nazionale per fermare la fuga dal SSN – sottolinea Ceccarelli – se non si affronta contemporaneamente il nodo della sanità accreditata. La valorizzazione non può essere a geometria variabile. O è omogenea, oppure perde di senso».

Se il pubblico rinnova e l’accreditato resta fermo, la distanza si amplia e il sistema si indebolisce nel suo complesso.

Il nodo retributivo e la competizione europea

Le Regioni parlano esplicitamente di armonizzazione retributiva e colmatura del gap con l’Europa. È un punto centrale.

Le retribuzioni italiane per i professionisti della salute, soprattutto per gli infermieri, restano tra le meno competitive nei Paesi occidentali comparabili. In un mercato del lavoro sanitario ormai globale, la competizione non è più interna, ma internazionale.

Non sorprende, quindi, che alcune realtà territoriali fatichino a reperire personale anche attraverso programmi di reclutamento internazionale.

«Se il nostro sistema non riesce a risultare attrattivo nemmeno nei flussi professionali internazionali – evidenzia Ceccarelli – significa che il problema è salariale e strutturale. Non è una questione di ricerca del personale, ma di riconoscimento economico e prospettiva professionale».

Il mercato globale del lavoro sanitario ha già decretato che l’Italia non è sufficientemente competitiva. Senza riallineamento retributivo progressivo agli standard europei, la fuga continuerà.

Carriere esigibili e riconoscimento delle competenze

Altro nodo centrale è quello delle carriere. Le Regioni parlano di percorsi chiari, finanziati e realmente praticabili. È una condizione imprescindibile.

Oggi molti professionisti percepiscono una stagnazione economica e professionale che non riflette le competenze avanzate, le responsabilità cliniche e la crescente complessità assistenziale.

Per il COINA, la valorizzazione non può ridursi a indennità temporanee o misure emergenziali. Deve tradursi in:

– finanziamento strutturale delle progressioni economiche;
– riconoscimento delle competenze avanzate;
– certezza dei percorsi di carriera;
– miglioramento reale delle condizioni di lavoro e della conciliazione vita-lavoro.

«Servono aumenti strutturali, non bonus episodici – conclude Ceccarelli –. Senza un intervento economico omogeneo su pubblico e accreditato, continueremo a parlare di valorizzazione mentre perdiamo professionisti».

Il COINA ribadisce che la crisi attuale non è una dinamica pubblico-privato, ma una questione sistemica di sostenibilità del lavoro sanitario in Italia. La tenuta del Servizio sanitario nazionale dipende dalla stabilità economica e professionale di chi garantisce ogni giorno assistenza ai cittadini.

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