Mentre le “vecchie” infezioni resistono, la tropicalizzazione e la globalizzazione possono diffondere altri virus: creare rete di supporto per una corretta prevenzione e gestione
La figura dell’infettivologo del territorio è ormai necessaria, imprescindibile. Può riassumersi così, in questo concetto, la due giorni di lavori della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali della Regione Lazio. Un’urgenza che nasce dalle tante sessioni e dai tanti temi e criticità emerse: la pandemia silenziosa dell’antimicrobico resistenza, la diffusione delle arbovirosi, tubercolosi ed epatiti non eradicate, HIV e infezioni sessualmente trasmissibili in crescita tra i giovani a causa della loro scarsa consapevolezza e conoscenza del fenomeno (rischi, modalità di trasmissione, forme di prevenzione), la tropicalizzazione climatica e la globalizzazione che possono portare in Italia virus che solo qualche anno fa ci sembravano distanti.
A tirare le somme del Congresso, a cui hanno partecipato oltre 100 infettivologi provenienti da tutto il Lazio, è stato il presidente regionale della Simit, prof. Gianpiero D’Offizi: “Il Congresso si è incentrato su tre concetti guida: innovazione, apprendimento, confronto. Abbiamo parlato di modelli di cura e gestione innovativi, abbiamo coinvolto i giovani infettivologi e dato vita a un importante e articolato confronto tra noi che ha generato delle riflessioni che possono migliorare la qualità della nostra attività quotidiana con ricadute sul benessere dei cittadini. A tutti noi è apparsa evidente la necessità di uscire dai nostri ospedali, reparti, ambulatori e creare una rete di rapporti con altre figure professionali del territorio nell’ambito delle Case della salute, degli ospedali di continuità per creare quella rete di supporto e sostegno che è importante per una corretta gestione delle infezioni ma soprattutto per una corretta prevenzione delle malattie infettive”.
Prevenzione e cura che passa necessariamente dalla ricerca e da un progresso tecnologico che stanno apportando “profonde modificazioni e importantissimi progressi”, come spiegato dal prof. Massimo Andreoni, direttore scientifico della SIMIT nazionale. “Basti pensare alla terapia e prevenzione dell’AIDS con i farmaci long acting: abbiamo già farmaci che possono essere somministrati ogni due mesi, probabilmente in un prossimo futuro avremo farmaci che dovranno essere somministrati non più di due volte l’anno. E poi c’è il mondo della prevenzione con la ricerca nell’ambito dei vaccini. La piattaforma mRNA sta assicurando la possibilità di sviluppare vaccini nei confronti di malattie per le quali fino a oggi non siamo stati in grado di farlo come per le epatiti e l’HIV. E ancora, i nuovi farmaci soprattutto in ambito immunologico: il controllo delle infezioni sviluppando maggiormente quelle che sono le nostre capacità di risposta sia umorale che cellulare nei confronti degli agenti infettivi”.
Il progresso non può prescindere dal contributo dei giovani e così il Congresso ha sancito la nascita ufficiale del gruppo dei giovani infettivologi SIMIT presentato dal prof. Giovanni Malagnino del Policlinico Tor Vergata: “Il gruppo si prefigge di lavorare in parallelo con la rete delle malattie infettive del Lazio andando ad ottimizzare alcuni bisogni e lacune. Innanzitutto, c’è bisogno di un approccio territoriale alle malattie infettive e il gruppo giovani è molto importante per garantire un’indagine approfondita dei servizi già presenti e di come collegarli tra loro per renderli disponibili al territorio e ai non infettivologi”.
Ma quali sono le principali sfide dell’infettivologia. Per Carlo Torti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Fondazione Policlinico Gemelli: “Le sfide principali sono raggruppabili all’interno della tematica “One health”. La problematica più importante forse oggi è l’antimicrobica resistenza con riflessi sulla salute in termini di morti e prolungamento dei ricoveri con conseguente impatto economico ma non possiamo sottovalutare le zoonosi con una stagionalità maggiore e vettori più aggressivi. Non dobbiamo dimenticare emergenze persistenti come l’HIV, i cui numeri sono aumentati negli ultimi anni, o la tubercolosi. Decentralizzare il ruolo e la presenza dell’infettivologo nel territorio è una sfida a livello locale e globale”.
ANTIMICROBICO RESISTENZA
Alessandra Oliva, Policlinico Umberto I, Università La Sapienza: “L’antimicrobico resistenza è a tutti gli effetti una pandemia silente ed è importante veicolare ai cittadini e ai medici di medicina generale e agli specialisti di altri campi quanto sia importante questa problematica in termini di sanità pubblica. Infatti, l’antimicrobico resistenza spesso deriva da un uso inappropriato degli antibiotici. Questo è un messaggio fondamentale da trasmettere ai colleghi che si trovano in prima linea nell’ambito del trattamento delle infezioni”.
HIV
Gabriella D’Ettore – Policlinico Umberto I, Università La Sapienza: “Siamo un po’ lontani dall’obiettivo del ‘Getting to zero’ entro il 2030. Nel mondo ci sono circa 40 mln di persone vivono HIV e non tutte hanno accesso alla terapia antiretrovirale. Bisogna lavorare sul sommerso ampliando lo screening, lavorando lì dove lo screening non viene effettuato per problemi legislativi ma anche per mancanza di consapevolezza delle persone e degli operatori sanitari, e incrementare gli ambulatori PrEP”.
Valentina Mazzotta, responsabile UOS Counselling, Test e Profilassi, Spallanzani– Centro di riferimento regionale AIDS della Regione Lazio: “Lo sviluppo scientifico è uno degli strumenti per combattere l’infezione da HIV. Avere tante opzioni farmacologiche è una delle armi fondamentali perché può creare scelta e raggiungimento di diverse popolazioni con diverse esigenze. In particolare la PrEP con le nuove formulazioni long acting ci permette di raggiungere quelle persone che non possono e non riescono a seguire la terapia orale. I giovani sono un target importante: vanno raggiunti nei luoghi che frequentano, in primis nelle scuole, e con gli strumenti di comunicazione che utilizzano come i social. Solo informando i giovani e rendendoli consapevoli possiamo andare avanti verso l’obiettivo del Getting to zero”.
ARBOVIROSI
Alessandra D’Abramo, INMI Spallanzani IRCCS: “Il cambiamento climatico e la movimentazione globale hanno permesso che queste infezioni, come la dengue e il west nile virus, si diffondessero in Italia. Non abbiamo terapie ad hoc per questi virus ma si fa un trattamento sintomatico. Si può puntare però sulla prevenzione dove ogni cittadino è attore protagonista”
VACCINI
Marco Iannetta, Università Tor Vergata: “Ci troviamo di fronte a una popolazione che invecchia e aumenta anche la quota di persone con fragilità. Esistono diverse patologie prevenibili tramite vaccini ma esistono anche dei vuoti di conoscenza come per esempio l’efficacia di questi vaccini nella popolazione immunocompromessa e nella popolazione anziana. Quindi dobbiamo sviluppare nuove tecnologie, formuli e nuove strategie in termini di dosi e somministrazione”.
EPATITI
Anna Maria Geretti, Università di Tor Vergata: “Nel controllo delle epatiti abbiamo fatto enormi progressi con terapie efficaci. Il problema che rimane però è quella della diagnosi tardiva, una proporzione ampia di persone hanno già una malattia del fegato estremamente avanzata al momento della diagnosi. È importante intensificare gli screening e far emergere il sommerso. I test vanno offerti in maniera più sistematica e capillare anche sul territorio e non solo nei centri specialistici”.