Gli specialisti intervenuti hanno analizzato l’evoluzione delle tecniche più recenti, oltre i singoli ambiti di malattia, avanzando dal rapporto tra innovazione tecnologica e appropriatezza clinica al ruolo dei dati e dell’intelligenza artificiale nella produzione di evidenze, fino ai processi decisionali tra linee guida, multidisciplinarietà e responsabilità del chirurgo.
MILANO, 12 MAGGIO 2026 – Due giornate intense di confronto, fuori dagli schemi dei congressi tradizionali, si sono concluse venerdì 8 maggio presso l’Aula Magna della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove il convegno “La sfida della chirurgia oncologica tra tecnica, ricerca e organizzazione” ha messo al centro non le singole patologie, ma il senso stesso del fare chirurgia oncologica. Un appuntamento pensato come spazio di riflessione condivisa, in cui clinici, ricercatori ed esperti si sono interrogati su limiti, responsabilità e prospettive di una disciplina attraversata da trasformazioni profonde.
Promosso dal Dipartimento di Chirurgia dell’Istituto, il convegno ha riunito professionisti di diverse specialità in un confronto volutamente trasversale e interattivo. «È un evento nato per stimolare una riflessione – ha spiegato il dott. Alessandro Gronchi, Direttore del dipartimento di Chirurgia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, tra i responsabili scientifici dell’appuntamento – non su una singola malattia, ma sul significato del ruolo del chirurgo oncologo oggi e su come questo ruolo debba evolvere».
Il filo conduttore delle discussioni è stato il confronto tra progresso tecnologico, complessità clinica e responsabilità professionale. Nel primo grande ambito, dedicato alla pratica chirurgica, il dibattito si è concentrato su una domanda cruciale: dove si colloca la linea sottile tra ciò che è possibile e ciò che è appropriato. «La tecnologia rende il gesto chirurgico più accessibile, lo “democratizza” – osserva Gronchi – ma proprio per questo può spingere a intervenire anche quando non è necessario. Il rischio è perdere il senso dell’indicazione».
Accanto a questo, è emerso il rovescio della medaglia, che riguarda la relazione tra innovazione e capacità di affrontare la complessità. «La chirurgia di frontiera non è quella più tecnologica, ma quella più complessa, che richiede di inventare soluzioni nuove. Se perdiamo la padronanza della chirurgia convenzionale (la cosiddetta chirurgia in aperto), rischiamo di perdere anche la capacità di spingerci oltre i limiti attuali».
Il secondo asse di lavoro ha riguardato la produzione di conoscenza in chirurgia, oggi sempre più legata alla qualità e alla gestione dei dati. In questo contesto, nuove tecnologie e Intelligenza Artificiale aprono opportunità significative, ma pongono anche interrogativi.
«La possibilità di strutturare e analizzare grandi quantità di dati osservazionali è un’opportunità straordinaria – sottolinea Gronchi –. Oggi possiamo produrre evidenze migliori e più confrontabili, ma dobbiamo farlo con strumenti affidabili e con metodo, evitando semplificazioni o automatismi».
Infine, il terzo tema ha toccato l’aspetto, delicato, del processo decisionale. Dalle linee guida alla multidisciplinarietà, fino alla responsabilità finale del chirurgo, il convegno ha messo in luce la complessità delle scelte cliniche. «Le linee guida sono un riferimento, ma non esiste il paziente delle linee guida – afferma Gronchi –. Ogni decisione deve essere adattata alla persona. La vera questione è come si costruisce quella decisione e chi, alla fine, se ne assume la responsabilità».
In filigrana, è emersa una riflessione etica che attraversa tutte le dimensioni della pratica chirurgica e che si interroga su quando intervenire, quando fermarsi e come bilanciare innovazione, beneficio e rischio, soprattutto nei casi più complessi o privi di alternative.
«La chirurgia di frontiera nasce spesso nelle situazioni in cui non ci sono altre opzioni – conclude Gronchi –. È lì che il chirurgo è chiamato a esercitare il giudizio più difficile, tenendo insieme competenza tecnica, evidenza scientifica e responsabilità verso il paziente».
Le discussioni delle due giornate confluiranno ora in documenti di consenso che rappresenteranno una base per proseguire il confronto, con l’obiettivo di contribuire alla definizione di un orientamento condiviso sulla chirurgia oncologica del futuro. Più che una sintesi, quella di Milano si configura così come l’avvio di un percorso, un laboratorio aperto, destinato a proseguire nel tempo, per ripensare il ruolo del chirurgo oncologo in un contesto in continua evoluzione.