Una crisi profonda che nasce da una organizzazione sempre più deficitaria e da politiche sanitarie fallimentari
ROMA 27 MAR 2026 – Il Servizio sanitario nazionale non sta affrontando solo una carenza di personale, ma una crisi più profonda e strutturata legata all’organizzazione del lavoro e all’utilizzo delle competenze.
Il demansionamento delle professioni sanitarie rappresenta oggi una delle principali distorsioni del sistema, ma non è l’unica: è parte di un fallimento più ampio nella gestione delle professioni assistenziali, con effetti diretti sulla qualità delle cure e sulla sostenibilità economica.
«Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a una deriva strutturale», afferma Marco Ceccarelli, segretario nazionale del Coina, sindacato delle professioni sanitarie.
«Abbiamo professionisti formati e competenti che non vengono utilizzati per ciò che sanno fare. E questo sta svuotando la sanità pubblica. Ed è paradossale se pensiamo che siamo capaci di formare le migliori eccellenze europee e viaggiamo verso l’evoluzione formativa con le nuove lauree magistrali a indirizzo, che ahimè, in questa realtà arida e abnorme, rischiano di non trovare terreno fertile».
COMPETENZE AVANZATE NON UTILIZZATE
Negli ultimi anni le professioni sanitarie hanno conosciuto come detto poc’anzi un’evoluzione normativa e formativa significativa. L’infermiere è oggi un professionista sanitario autonomo, con responsabilità cliniche e competenze avanzate, acquisite attraverso percorsi universitari e post-universitari.
Tuttavia, nella pratica quotidiana, queste competenze restano spesso tristemente inutilizzate.
«Troppo spesso gli infermieri vengono impiegati per coprire carenze organizzative o svolgere attività che non valorizzano il loro profilo», sottolinea Ceccarelli. «Questo produce uno spreco diretto di risorse, oltre che una crisi emotiva che si riflette sulla qualità stessa delle cure e trascende nel desiderio sempre più recondito di abbandonare le corsie».
UN SISTEMA PERICOLOSAMENTE MEDICO-CENTRICO E UN VUOTO ASSISTENZIALE
Alla base del problema c’è un modello ancora fortemente medico-centrico.
L’Italia è tra i Paesi con il più alto numero di medici in Europa: circa 5,4 per 1.000 abitanti nella totalità della sanità e circa 4,1 nel servizio pubblico, valori superiori alla media europea.
Allo stesso tempo, si registra una delle più basse dotazioni infermieristiche: circa 4,7 infermieri per 1.000 abitanti nel pubblico e 6,9 complessivi, contro una media OCSE di 9,5 per 1.000 e 8.4 per 1000 nella UE.
Questo squilibrio genera una pesante distorsione operativa:
- i medici arrivano a svolgere attività proprie dell’assistenza infermieristica
- gli infermieri, nonostante lauree magistrali e specializzazioni, non vengono valorizzati e spesso svolgono mansioni non coerenti con il proprio profilo
A questo si aggiunge l’introduzione di figure ibride, come l’assistente infermiere, con competenze ancora non pienamente definite, che rischiano di ampliare la frammentazione.
Il risultato è un vuoto di professionisti dell’assistenza al centro del sistema.
IL COSTO REALE: FINO A 6 MILIARDI DI SPRECHI
Il mancato utilizzo delle competenze infermieristiche ha un impatto economico concreto, ma il costo complessivo è legato all’intero fallimento organizzativo.
Le stime, basate su dati Agenas, flussi DRG e analisi del ministero della Salute sui ricoveri evitabili, indicano che:
- oltre 2 milioni di ricoveri l’anno potrebbero essere evitati
- questo comporta uno spreco stimato di circa 6 miliardi di euro annui
Focalizzando l’analisi sulla quota di pazienti cronici a medio-alta complessità assistenziale, emerge una spesa inefficiente tra 3 e 6 miliardi di euro l’anno, legata alla mancata integrazione delle competenze infermieristiche nella presa in carico territoriale.
«Parliamo di risorse che oggi il sistema continua a spendere male», afferma Ceccarelli. «Il demansionamento è una delle piaghe, ma il problema è più ampio: è l’organizzazione che non funziona».
CRONICITÀ E TERRITORIO: IL NODO IRRISOLTO
Il 70% della spesa sanitaria italiana è assorbito dalla gestione delle malattie croniche.
L’inadeguata presa in carico territoriale — che potrebbe essere garantita anche dagli infermieri di famiglia e comunità — sposta l’assistenza verso l’ospedale, aumentando i costi.
Il DM 77/2022 punta sul rafforzamento dell’assistenza territoriale, ma il monitoraggio evidenzia un ritardo nell’implementazione: delle 1.723 Case della Comunità programmate, solo una minoranza è pienamente operativa.
A questo si aggiunge una carenza stimata tra 65.000 e 175.000 infermieri rispetto agli standard europei.
IMPATTO SULLA QUALITÀ DELLE CURE
La carenza di personale e modelli organizzativi obsoleti generano fenomeni di “missed nursing care”, con cure mancate, aumento delle complicanze e allungamento dei tempi di degenza.
Fuga dal sistema pubblico e crescita della libera professione
Le conseguenze non sono solo economiche.
Negli ultimi anni si registra una crescita delle dimissioni volontarie dal Servizio sanitario nazionale (20mila professionisti dell’assistenza solo nel 2024 hanno lasciato il pubblico) e un aumento del ricorso alla libera professione.
I dati ENPAPI lo confermano: le iscrizioni sono aumentate del 17% nel primo semestre del 2025, segnale di uno spostamento progressivo verso modelli alternativi al sistema pubblico.
«Il posto fisso non basta più a trattenere i professionisti», conclude Ceccarelli. «Senza un cambio di modello organizzativo, continueremo a perdere competenze fondamentali».
UN SISTEMA CHE NON UTILIZZA CIÒ CHE HA
Il nodo centrale resta l’organizzazione.
Il Servizio sanitario nazionale continua a sostenere costi elevati senza sfruttare pienamente le risorse disponibili.
Il risultato è un paradosso sempre più evidente: mentre si cercano nuovi professionisti, non si valorizzano quelli già presenti.
E questo incide direttamente su qualità delle cure, efficienza e sostenibilità del sistema.