Roma, 5 marzo 2026. In un contesto sanitario sempre più complesso, caratterizzato da strumenti diagnostici e terapeutici sempre più sofisticati e dal ricorso massiccio a “dottor Google” e agli strumenti di intelligenza artificiale, la comunicazione non è un elemento accessorio della pratica clinica, ma parte integrante della terapia. Il paziente vuole essere informato e coinvolto nel processo di cura, al punto che il più delle volte la qualità percepita delle cure e la loro stessa efficacia sono condizionate dalla capacità del medico di comunicare e porsi in relazione con l’assistito e i suoi familiari.
Eppure, per molti professionisti, il dialogo con il paziente e il caregiver resta un aspetto secondario, spesso affidato alla sensibilità individuale. Secondo un’indagine realizzata per Il Sole 24 Ore, quasi un italiano su 5 lamenta una scarsa qualità delle informazioni ricevute su diagnosi e terapie. Un dato che evidenzia un bisogno ancora aperto: essere ascoltati, compresi e coinvolti.
Per rispondere a questa esigenza, la Società Italiana di Medicina Interna – SIMI promuove la seconda edizione del corso “La Relazione che Cura. Basi teorico-pratiche della comunicazione empatica con il paziente”, un percorso formativo dedicato ai medici internisti.
“Abbiamo costruito questo corso per offrire competenze concrete, teoriche e pratiche, che mettano il medico nella condizione di gestire in modo efficace la relazione con il paziente, colmando un gap formativo che ancora oggi persiste nell’ordinamento didattico – spiega il dott. Roberto Tarquini, Vice Presidente SIMI -. Relazionarsi in maniera empatica, chiara e rispettosa della sensibilità delle persone è una competenza che si può acquisire e che determina il successo della relazione di cura: il medico che comunica bene è percepito come più competente, crea fiducia, favorisce l’aderenza alle terapie e riduce il rischio di contenzioso”.
Il corso affronta in modo sistematico tutti gli aspetti che incidono sulla costruzione dell’alleanza terapeutica, analizzando in primis il concetto di empatia sia dal punto di vista neurofisiologico sia nelle sue applicazioni concrete all’interno della relazione di cura, affrontando inoltre il tema della gestione del tempo, risorsa oggi sempre più limitata ma decisiva per la qualità della relazione.
“Il medico deve saper cogliere e accogliere bisogni ed emozioni della persona che ha di fronte, modulando il proprio stile comunicativo – spiega Elena Pattini, Dottoressa di Ricerca in Psicologia e docente presso l’Università di Parma, che guiderà i partecipanti nel percorso formativo -. Il paziente più orientato agli aspetti cognitivi desidera spiegazioni dettagliate e tecniche, mentre il paziente emotivo ha bisogno prima di tutto di sentirsi ascoltato e che il suo vissuto della malattia venga riconosciuto. In entrambi i casi, la dimensione emotiva è decisiva quanto quella informativa. Soprattutto quando il tempo a disposizione è poco, saper ascoltare, osservare e offrire strumenti di comprensione ai pazienti e ai familiari in modo chiaro ed efficace sono aspetti che possono migliorare l’esperienza di cura”.
Particolare attenzione sarà dedicata ai momenti più delicati della pratica clinica, dalla comunicazione della diagnosi fino alle fasi avanzate di malattia, dove la scelta del setting in cui dare la notizia, delle parole e del tono di voce utilizzati, e persino lo sguardo, la postura e la micro-gestualità del medico influenzano non solo la comprensione delle informazioni, ma anche la percezione della propria condizione di salute.
“La distanza emotiva spesso viene utilizzata come strategia protettiva da parte del medico, tuttavia questo non tiene conto del fatto che per il paziente, già in una condizione di fragilità, vivere una relazione in cui non si sente a proprio agio peggiora la qualità delle cure e il suo vissuto di malattia, diminuendo fiducia e speranza che incidono sul percorso di cura – spiega la dott.sa Pattini -. Imparare a riconoscere e gestire le emozioni, senza esserne sopraffatti, migliora la qualità della cura e tutela anche il benessere del medico riducendo il rischio di burn-out”.
Il corso fornisce competenze per i giovani medici, ma rappresenta uno strumento utile anche per i veterani della professione che, attraverso attività di role-playing possono analizzare gli errori commessi e, con il supporto dei colleghi tutor, comprenderne la natura e imparare come alcuni accorgimenti possano facilitare la relazione medico-paziente e allentare la tensione che spesso sfocia in conflitti.
“Obiettivo del percorso formativo, giunto quest’anno alla seconda edizione, non è trasformare il medico di medicina interna in uno psicologo ma fornirgli gli strumenti per prendersi cura del paziente e di sé stesso a 360 gradi – afferma il dott. Tarquini –: ci troviamo in una fase storica in cui la complessità clinica cresce, ma cresce anche la fragilità delle persone che nella nostra professione incontriamo nel momento più difficile, di paura e incertezza. Investire sulla comunicazione significa investire sulla qualità delle cure, sulla fiducia nel sistema sanitario e sulla sostenibilità stessa della pratica medica”.