lunedì, 16 Marzo 2026

Pregliasco (Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano): “Una nuova pandemia ci sarà, serve investire in preparedness”

“Una nuova pandemia ci sarà, anche se non sappiamo ancora quale sarà il virus responsabile. Oggi si parla di patogeno X, e i candidati possibili sono molti. Per questo servirebbe un investimento costante nella preparazione, che però tende a indebolirsi appena l’emergenza si allontana. È il grande paradosso della sanità pubblica: nel momento del pericolo si accelera, ma quando il pericolo sembra svanire torna la tentazione di archiviare tutto. E invece proprio allora bisognerebbe imparare con lucidità da ciò che è accaduto”.

È quanto dichiara Fabrizio Pregliasco, Direttore sanitario dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e professore associato di Igiene generale e applicata all’Università degli Studi di Milano, in un’intervista rilasciata a One Health, rivista online del Gruppo The Skill.

“Durante la pandemia – prosegue Pregliasco – nel pieno dell’emergenza, molte barriere sono state abbattute (organizzazione coordinata e condivisione di dati epidemiologici e informazioni). Ma è accaduto dentro una logica emergenziale, non ancora strutturata. L’Italia un piano pandemico lo aveva già: il limite è che era costruito soprattutto sull’ipotesi di una pandemia influenzale, ritenuta la minaccia più probabile. E i virus influenzali continuano effettivamente a rappresentare un rischio serio: negli ultimi tre anni abbiamo attraversato stagioni di infezioni respiratorie acute particolarmente pesanti. Anche quest’anno il bilancio finale sarà molto elevato: tra i 14 e i 15milioni di italiani colpiti. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla sola influenza. Oggi sappiamo, infatti, che circola un insieme di altri virus respiratori, tra cui il Covid, e non solo. In altre parole, ci troviamo di fronte a un vero cocktail virale”.

“Il piano pandemico oggi esiste, ma non è ancora reso operativo come dovrebbe. Mancano ancora tasselli fondamentali: organizzazione, gestione, finanziamenti, strutturazione della sorveglianza epidemiologica nella fase prepandemica, capacità di cogliere in tempo i segnali di rischio, e poi un coordinamento realmente efficace nelle fasi di crisi. Il problema non è soltanto italiano. A livello europeo manca una vera competenza di coordinamento sanitario, perché storicamente la sanità è rimasta in capo ai singoli Stati”, conclude il professore.

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