giovedì, 12 Marzo 2026

Giornata contro violenza sanitari. Ceccarelli (COINA): “Ieri spintoni, calci e pugni. Oggi siamo arrivati alle armi nei pronto soccorso. Emergenza ha superato il punto di non ritorno!”

«Altro che provvedimenti tampone come braccialetti e pulsanti. Quando un infermiere del 118 si vede puntare un’arma alla testa significa che il sistema sanitario ha totalmente fallito. Il problema non è solo la sicurezza: è il collasso della sanità territoriale che pende come una spada di Damocle sugli ospedali, portando i pazienti all’esasperazione»

ROMA – 12 MARZO 2026 – Dalle reiterate aggressioni verbali, ai calci e pugni nei reparti e nelle corsie, fino a episodi sempre più gravi che vedono comparire armi nei pronto soccorso o negli interventi in esterna del 118. È questa l’evoluzione inquietante della violenza contro gli operatori sanitari denunciata dal Coina – Sindacato delle Professioni Sanitarie in occasione della Giornata nazionale contro la violenza nei confronti del personale sanitario.

Secondo il segretario nazionale Marco Ceccarelli, negli ultimi anni il fenomeno ha assunto una dimensione nuova e più pericolosa, per non dire drammatica. «Non siamo più di fronte soltanto a episodi di tensione o aggressioni fisiche improvvise. In alcune situazioni si arriva a minacce gravissime: infermieri del 118 costretti a intervenire in contesti di forte rischio, personale sanitario minacciato con coltelli o armi da fuoco, pronto soccorso trasformati in luoghi dove la violenza può esplodere in qualsiasi momento».

Il quadro generale resta allarmante. In Italia le aggressioni contro i professionisti sanitari continuano a crescere e in particolare, quelle contro gli infermieri, la categoria più colpita, supera i 120mila episodi annui tra episodi denunciati e casi sommersi, con una quota sempre più elevata di di professionisti che nel corso della carriera subisce almeno una forma di violenza fisica o verbale.

La sanità resta inoltre il settore lavorativo con la più alta incidenza di violenza occupazionale, arrivando a concentrare oltre il 70% degli infortuni non mortali legati ad aggressioni sul lavoro. All’interno delle strutture sanitarie, il personale infermieristico risulta quello più esposto: studi scientifici indicano che oltre tre quarti degli episodi di violenza coinvolgono infermieri, che rappresentano il primo punto di contatto con pazienti e familiari.

Per il Coina, tuttavia, limitarsi ai numeri non basta a spiegare la gravità del fenomeno.

NON BASTANO PENE PIÙ SEVERE: IL PROBLEMA È CUORE DEL SISTEMA SANITARIO

«Negli ultimi anni si è parlato molto di aggravanti penali, arresti in flagranza e altri strumenti repressivi», afferma Ceccarelli. «Ma queste misure intervengono quando l’aggressione è già avvenuta. Non impediscono che accada».

Secondo il sindacato, concentrarsi su interventi simbolici o su battaglie formali – come l’obbligo per le aziende sanitarie di costituirsi parte civile nei processi, come richiesto da molti sindacati – rischia di spostare l’attenzione dal vero nodo del problema.

«La violenza non nasce dal nulla», prosegue Ceccarelli. «È il prodotto di un sistema sanitario in difficoltà, con pronto soccorso sovraffollati, liste d’attesa interminabili, territori senza servizi e cittadini esasperati».

PRONTO SOCCORSO SOTTO PRESSIONE E SANITA’ TERRITORIALE ASSENTE

Il Coina sottolinea come l’escalation delle aggressioni sia strettamente legata alla crisi organizzativa e ormai strutturale del sistema sanitario.

La mancanza di una rete territoriale efficiente – ambulatori, assistenza domiciliare, servizi di prossimità – spinge migliaia di cittadini a rivolgersi direttamente agli ospedali, trasformando i pronto soccorso nell’unica porta di accesso alle cure.

«Quando una persona resta per ore, a volte per giornate intere, in attesa di assistenza – spiega Ceccarelli – il livello di tensione cresce inevitabilmente. E chi si trova in prima linea a gestire quella tensione sono gli infermieri».

A pesare ulteriormente sulla sicurezza dei reparti è anche la carenza cronica di personale, che secondo diverse stime supera ormai le 60mila unità infermieristiche mancanti nel sistema sanitario italiano.

I REPARTI PIÙ ESPOSTI

Le aggressioni non colpiscono in modo uniforme tutte le strutture sanitarie.

I contesti più a rischio restano i reparti psichiatrici, dove gli operatori si trovano spesso a gestire situazioni cliniche complesse con organici ridotti, seguiti dai pronto soccorso e dai servizi di emergenza territoriale come il 118, dove gli interventi avvengono spesso in ambienti imprevedibili e senza adeguate condizioni di sicurezza.

«Ci sono operatori sanitari che lavorano letteralmente da soli in contesti ad altissima tensione», sottolinea Ceccarelli. «E quando succede qualcosa di grave, la domanda resta sempre la stessa: chi li protegge davvero?».

DALLE AGGRESSIONI FISICHE ALLE MINACCE ARMATE

Per il Coina il dato più inquietante è il cambiamento qualitativo della violenza che ha assunto contorni brutali.

«Fino a qualche anno fa parlavamo soprattutto di calci, pugni o spintoni», afferma il segretario nazionale del sindacato. «Oggi assistiamo a episodi molto più gravi: minacce con coltelli, aggressioni con oggetti contundenti, armi portate nei pronto soccorso. Questo significa che il clima è profondamente cambiato».

Il rischio, secondo il sindacato, è che la violenza nei confronti del personale sanitario diventi una componente strutturale del sistema.

SENZA IL RILANCIO DELLA SANITÀ TERRITORIALE IL PROBLEMA NON SI RISOLVE

Per il Coina la vera risposta al fenomeno non può limitarsi alla sicurezza interna degli ospedali.

«Se non si interviene sul funzionamento complessivo del sistema sanitario – conclude Ceccarelli – continueremo a rincorrere le emergenze. La violenza contro gli operatori sanitari è il sintomo di una sanità territoriale che non funziona, di pronto soccorso sovraccarichi e di professionisti lasciati soli».

«Finché non si investirà seriamente nella medicina di prossimità, nell’assistenza territoriale e nel rafforzamento degli organici, ogni misura resterà un semplice cerotto su una ferita che continua ad allargarsi».

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